La situazione religiosa si
faceva difficile.
Con l’avvento del regime comunista (l’istituzione della Repubblica Popolare Rumena – RPR, il 13 aprile 1948), la situazione per la Chiesa cattolica divenne sempre più difficile. Rifiutando ogni collaborazione con il regime dovette attenersi a tutte le conseguenze. S’iniziò con la nazionalizzazione di alcuni servizi: le strutture di educazione e di assistenza sanitaria di proprietà della Chiesa, sia di rito latino che greco-cattolico, vennero requisiti e sottoposti all’amministrazione statale. Poi si procedette alla soppressione dei conventi. Il processo fu progressivo come p. Clemente scrisse al p. Matteo: Non so cosa dire della nostra situazione. Bisogna pregare molto perché si abbrevi la grande prova che, con la Chiesa sopporta anche questa provincia. Non è ancora applicata la soppressione in modo uniforme e generale, ma il collegio serafico ed il noviziato sono aboliti, la casa nostra di studio, ampia e comoda, è occupata, più che la metà da uffici civili e dal tribunale distrettuale; e probabilmente dovremo restringerci ancora in modo da poter servirci solo di una diecina di camere, refettorio e cucina compresi. E contentarsi. Ché, forse, lo studio sarà sciolto, e sul posto resterà solo il parroco con un cappellano ed un fratello organista. Dio ci usi misericordia. Su 30 case, 20 sono parrocchie: e queste perdurano. In qualche luogo i nostri religiosi escono solo vestiti da secolari. Però fra tanti disagi, sofferenze e pericoli, non ci perdiamo d’animo, siamo allegri e preghiamo ogni giorno per la conversione de’ traviati e persecutori. Nonostante tutti i disagi, p. Clemente non manca di guardare gli avvenimenti con l’occhio della fede: è sempre Dio con la sua Provvidenza che dispone misteriosamente ogni cosa per il bene di tutti. Nei conventi si soffriva a causa delle privazioni imposte dalla situazione: la povertà post-bellica e le restrizioni imposte dal regime. Da Hunedoara scrisse al p. Generale: Soffrono privazioni penose anche quanto al vitto e riscaldamento. Si adattano ad indicibili angustie e disagi di locali o di alloggi improvvisati pur di funzionare nelle nostre Chiese, ed assistere i fedeli delle 20 parrocchie affidate alla provincia. Ma il guaio maggiore si è che sono sciolte le due case vitali, quella dei collegiali e quella del noviziato. Tre o quatto volte alla settimana si mangia alla mattina ed alla sera, polenta con brodi di pomodoro o cumin. Gli altri giorni con latte. Pero siamo sani e allegri e ringraziamo il Signore. Anche io, contentissimo, aiuto come posso . La notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre la polizia prendeva possesso di quello che rimaneva del convento: gli studenti e i fratelli non sacerdoti dovettero ritornare nella casa paterna, i sacerdoti deportati tutti all’episcopio di Alba Julia . Il Signore ha disposto che venisse occupato il nostro convento dalle autorità civili. Sul posto furono lasciati due padri per il servizio religioso. Gli altri, nella notte del 30 novembre ha il I dicembre. Tutti deportati. Sia fatta la santa volontà di Dia. Sono perfettamente tranquillo, ed aspetto per vedere cosa succede della Provincia. In caso di una vera soppressione generale farò le pratiche per uscire da questa Babilonia. Ma con l’aria che spira, è poco sicuro iniziare adesso. Troverebbero mille pretesti per negare il visto del passaporto e darmi altri fastidi . L’8 gennaio 1949, perché cittadino italiano, gli venne permesso di viaggiare a Bucarest. Un mese dopo, 8 febbraio, gli venne proposto l’ufficio di assistente spirituale degli italiani residenti nella città. La Chiesa greco-cattolica era stata obbligata dal regime a fondersi con quella ortodossa (assemblea di Cluj del 1° ottobre del 1948 e decreto statale del 1° dicembre 1948). I vescovi greco-cattolici, che non avevano accettato tale decisione, arrestati. Le diocesi latine ridotte a due e i vescovi arrestati oppure obbligati a domicilio coato. P. Clemente scrisse al suo p. Provinciale: Si vive in condizioni anormali e del tutto incredibili. Io stesso, benché protetto dalla Legazione d’Italia, sono sorvegliato dalla polizia e posso essere espulso (se andrà bene) improvvisamente. In tal caso la Chiesa nazionale Italiana, proprietà dello stato italiano, verrebbe chiusa .
Scrisse al suo p. Generale:
Sia ringraziato il Signore che visitandoci, ci dà la forza e la gioia di soffrire per il Suo Nome. Anche i mezzi di sussistenza vengono a mancare. Questue non è permesso farne, L’elemosina delle sante Messe è rara e insufficiente. Secondo la santa regola ricorreranno ogni giorno, dove capita, alla mensa del Signore. Questa povertà aumenta la nostra letizia! Per parte mia sono felice d’essere rimasto qui a condividere le privazioni e le sofferenze di questi carissimi confratelli che lavorano in 26 parrocchie, con grande zelo e continui sacrifici .
Un incarico affidato.
La cittadinanza italiana dava al p. Clemente una certa protezione, come cappellano della Chiesa degli italiani in Bucarest, proprietà dello Stato italiano, gli procurava una certa attenzione da parte della Legazione. Dopo l’unione forzata della chiesa greco-cattolica a quella ortodossa, si presentò il problema dei sacerdoti greco-cattolici che non avevano aderito a tale decisione arbitraria, volevano rimanere fedeli alla Santa Sede, anche se obbligati a una vita “da catacombe”; questi sacerdoti erano quasi tutti sposati e con figli. Lo Stato aveva privato loro del sussidio in quanto ministri del culto perché si erano rifiutati di accettare una decisione statale. La Santa Sede, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche da parte della RPR, si chiese al p. Clemente la sua disponibilità per far raggiungere “la carità del papa” a quei sacerdoti. Lo disse lui stesso al suo p. Provinciale:
L’incarico ricevuto da Superiore autorità, per aiutare il clero ed i religiosi prigionieri, perseguitati, o confinati. Tutti i Vescovi cattolici di rito latino, e greco uniati, sono in carcere o a domicilio forzato. Mancano del necessario per vivere anche i padri Gesuiti e i fratelli delle Scuole Cristiane. Oltre le Suore disperse. Soffriamo in silenzio, preghiamo e lavoriamo per la Chiesa di Gesù .
È vero che in Romania, tutti i Vescovi cattolici sono o in carcere o in domicilio forzato. È anche vero che moltissimi sacerdoti e religiosi sono in prigione o costretti come schiavi a lavori materiali sul Danubio. Ma non mi sembra che per questo, cioè per sottrami a tale sorte, sia opportuno tagliar subito la corda .
L’incarico era rischioso, bisognava agire con segretezza .
Tre nostri padri ora soffrono propter Christum: uno latitante, uno in carcere, uno per sei mesi detenuto; lo scrivente sorvegliato soltanto per la sua fresca età e perché suddito straniero con passaporto .
I religiosi francescani in Transilvania soffrivano pure penuria; i loro confratelli dagli Stati Uniti inviavano degli aiuti per assisterli servendosi dei canali diplomatici della Santa Sede. Lo stesso p. Clemente si era fatto promotore per ottenere almeno intenzioni di messe per venire incontro sia ai sacerdoti cattolici che ai sacerdoti francescani.
L’operazione è sicura
se non si fa né il nome del mittente, né il nome mio. Soprattutto quello del
Commissario Provinciale deve essere sistematicamente taciuto: “Un benefattore
che aiuta i figli di S. Francesco e chiede n… SS. Messe”. Tale o simile dicitura
può accompagnare l’elemosina.
Per amor di Dio e di questa provincia, fino a nuovo avviso non mandi ss. Messe ed il relativo stipendio per mezzo della Segreteria di Stato di S.S. alla Nunziatura Apostolica di Bucarest. Ora si fa una campagna di denigrazione e calunnia e quelli che vengono o sospettati o scoperti subiscono persecuzioni, carcere e deportazioni.
P. Clemente aveva accettato l’incarico consapevole dei rischi, sia personali (70 anni compiuti) che le ripercussioni sulla delegazione italiana. Ma nonostante questo, lui rimase fedele ai suoi principi, alla fede cattolica e alla Sede di Pietro. Scrisse al suo p. Generale:
Mi arrestino pure, mi processino, assicuro che non comprometterò nessuno, il mio arresto salverà agli italiani la loro bella Chiesa, ed io avrò compiuto il mio dovere sacrificandomi per essa e per il popolo nostro.
La situazione locale è grave e tende a peggiorare. L’avvenire molto fosco. Noi godiamo in caritate e patientia Christi. Siamo pronti a tutto pur di restare fedeli a Gesù ed al suo augusto Vicario in terra .
Si, potrei essere arrestato per il sospetto che io sia il tramite con la S. Sede, delle diocesi cattoliche, Per sospetto che le sovvenzioni ai carcerati e perseguitati, provenienti dalla carità del papa passino per le mie mani. Ma che importa? Per sì nobile causa si può correre il pericolo della prigionia. Cosa ho sofferto io, finora, per la fede e per il Papa? Nulla. Ma disertare la linea di combattimento, mentre urge la difesa, non è degno di un sacerdote francescano .
In questo caso è significativa la sua lettera scritta al p.
Generale proprio il giorno prima del suo arresto, considerata il “suo testamento
spirituale”.![]()
