Testimonianza di p.Clemente Gatti ofm.
Il suo
arrivo a Hunedoara.
P. Clemente Gatti,
nacque in un paesino a sud della provincia di Verona, Caselle di Pressana, il 16
febbraio 1880, ricevette il battesimo il giorno 22 ricevendo il nome di
Pietro Ernesto Domenico.
Fu ordinato sacerdote a Roma (S. Giovanni in Laterano) il 2
aprile 1904, conseguì la licenza in Teologia e inviato come insegnante a
Sassari, Malta, Ungheria, Venezia; di nuovo a Ungheria e poi in Transilvania
(Romania). In Italia si era distinto per la predicazione e l’insegnamento
svolto con molta competenza. Nell’estate del 1937 p. Clemente aveva espresso il suo
desiderio di andare in Terra Santa come insegnante di Teologia. La Curia
generalizia dei Frati Minori prese in serio la sua disponibilità per andare
all’estero, ma preferì inviarlo dove c’era più bisogno: a Gyongyos (Ungheria). A
quei tempi le lezioni dovevano essere spiegate in latino, in tutti i seminari
cattolici del mondo, ciò che rendeva facile lo scambio d’insegnanti da un
continente all’altro. Non fu facile per p. Clemente accettare la decisione della
Curia generalizia. Il p. generale, Leonardo Bello, gli rispose:
Bonum Ordinis, suprema lex
Così, nel novembre 1937 intraprese quel che lui chiamò in un primo momento:Quando, il cuore
impietrito, prendendo il treno per Trieste-Budapest, intrapresi questa via
Crucis estera
Da fanciullo entrò nel collegio serafico di S. Bernardino in
Verona. Vestì il saio francescano il 9 marzo 1895 al convento di S. Daniele in
Lonigo; la prima professione dei voti il 9 marzo 1896 nel convento di S.
Francesco della Vigna in Venezia.
Assistente degli
emigranti italiani.
Fino al 1918 la Transilvania faceva parte dell’impero Austro-Ungarico. Molti italiani, specie del nord est, avevano trovato lavoro e sistemazione in Transilvania e nel resto del regno della Romania. P. Clemente trovò subito delle piccole colonie d’italiani proveniente da Friuli, Belluno, Trento, Vicenza e dalle altre province venete. Scrisse al p. Tarciso: Assistente spirituale degli operai italiani sparsi in una zona vasta come Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte. Sono tagliapietre, tagliaboschi, muratori, impresari: gente forte e laboriosa del Friuli e del Bellunato, con qualche Trentino. Poi nella città ci sono colonie di industriali Lombardi e Toscani, ed impiegati di banca. A Natale, nelle vacanze di Pasqua e nelle estive, li visito, li catechizzo, e celebro dove si può in qualche capanna o a l’aperto, sui monti. Od in chiesa di rito greco cattolico, secondo i luoghi e le circostanze. Così si ridesta o ravviva un po’ la fede. Organizzazione, ora, non ce n’è, di nessuna sorte. Alla chiesa dove si parla rumeno, ungherese, o tedesco i connazionali vanno poco o nulla. Così c’è l’opinione che fuori patria gli italiani dimenticano d’essere credenti e d’aver un’anima. Faccio da missionario .
A sua volta, p. Clemente costatò la loro situazione di abbandono dal punto di vista religioso: matrimoni misti senza regolamentazione, bassissima la frequenza ai sacramenti specie la messa domenicale, poco apprezzamento della forma iuris sia della vita civile che quella religiosa. Scrisse al p. Alfonso: Qui è una incessante missione per ravvivare la fede e sistemare le famiglie de’ connazionali; bacate, quasi tutte, da matrimoni misti. Mancano sacerdoti. Italiani siamo 3 in tutto . P. Clemente si rimboccò le maniche e iniziò un lavoro di evangelizzazione, mosso da un forte amor patrio, amore verso i suoi connazionali e da un amore viscerale per la sua Chiesa.
Interessandomi dei connazionali sparsi dovunque nel territorio Rumeno, mentre li assisto presso le autorità religiose e consolari e civili, e li aiuto e benefico in ogni modo possibile, sento lieve e grata tale fatica, anche perché essi pure son figli d’Italia, della dolce patria che lontani si ama più forte, e si contempla più geniale, più cristiana, più civile d’ogni altra terra: spiritualmente più ricca e generosa di tutte . Una delle frasi che p. Clemente ripeteva era: Ego non recuso laborem, perciò il lavoro non solo non lo rifiutava, ma se lo andava a cercare. Ottenendo il permesso dalle curie diocesane di Alba Julia e di Timisoara, percorse tutta quella zona visitando gli italiani, regolamentando per quanto possibile la loro vita, sia quella matrimoniale che quella civile. Dovendo ricorrere spesso alla Legazione italiana in Bucarest per i passaporti, documenti di matrimonio, di nascite e di morte, l’allora Ministro della Legazione italiana, il barone Michele Scammacca del Murgo, lo nominò Console, per facilitare le pratiche burocratiche. Finché Dio mi dà salute e forza, non mi rammarico di star dove sono: ché in obbedienza ed umiltà di vita si cammina più spediti e beati verso il regno dei cieli… sia fatta la volontà di Dio . Con l’aiuto di Dio posso lavorare sempre volentieri nella scuola; e fuori assistere i nostri connazionali, dimoranti in queste regioni. Sono la maggior parte operai delle miniere e muratori, nati o oriundi dal Friuli. Mi occupo del loro bene spirituale, e li aiuto pure nei rapporti sociali mediante assidua corrispondenza con le nostre autorità Consolari e con la Legazione nostra. Legazione e Consolato favoriscono moralmente e talvolta materialmente (con beneficenze), la mia volonterosa e gratuita attività, che rende più esteso ed efficace l’apostolato religioso .
Commentando sui tempi difficili in cui viveva: la guerra che coinvolgeva tutte le nazioni europee con le conseguenti sofferenze alle popolazioni civili, alla luce della fede, scrisse al suo p. Provinciale: Il Signore dispone tutto con inibita sapienza per il maggior bene universale: e sia fatta la Sua adorabile volontà . L’espressione: Sia fatta la sua volontà, la ripeteva spesso, si trova presente in tutte le sue lettere . Dopo la soppressione dei conventi francescani della Transilvania ad opera del regime comunista, p. Clemente si rifugiò in Bucarest. Dapprima presso i Fratelli delle Scuole Cristiane, come loro cappellano, poi, a seguito dell’espulsione di mons. Antonio Mantica dopo 37 anni di apostolato in Bucarest, gli venne offerto il compito di cappellano degli italiani rimasti nella città. Alla proposta da parte del Nunzio, mons. Gerard O’Hara e del Ministro della Legazione italiana, p. Clemente.
Dopo la soppressione dei conventi francescani della Transilvania ad opera del regime comunista, p. Clemente si rifugiò in Bucarest. Dapprima presso i Fratelli delle Scuole Cristiane, come loro cappellano, poi, a seguito dell’espulsione di mons. Antonio Mantica dopo 37 anni di apostolato in Bucarest, gli venne offerto il compito di cappellano degli italiani rimasti nella città. Alla proposta da parte del Nunzio, mons. Gerard O’Hara e del Ministro della Legazione italiana, p. Clemente
“Non recuso laborem!” Tutte le forze che mi restano siano a gloria del nostro Signore, a servizio dei poveri; ché solo i poveri connazionali, oltre le Autorità della legazione e del Consolato Generale, sono rimasti in questa Capitale. Non ho titolo di parroco; ma quello di Rettore, riconosciuto anche dal Ministero dei Culti della Rep. Popolare Romena. Il motto col quale l’11 febbraio, sotto gli auspici della Madonna di Lourdes, iniziai il mio ufficio, per circa mille connazionali, e per coloro che verranno in questa chiesa è tolto da A. Paolo: «Charitas Christi urget nos». E S. Antonio nostro mi protegga .
Da sette mila italiani che formavano, grosso modo, la parrocchia italiana in Bucarest prima della guerra, nel 1950 ne rimanevano poco meno di mille. Chi aveva potuto, all’avvento del regime comunista, aveva intrapreso una nuova avventura di emigrazione. Rimasero in città i vecchi, gli ammalati, i poveri che non potevano permettersi di ri-emigrare. P. Clemente comprese che non poteva lasciare soli i suoi connazionali, sentiva un suo dovere rimanere accanto a loro in quel difficile momento della storia. Quindi si assunse l’onero della loro cura spirituale. Fu l’amor patrio, l’amore alla Chiesa e ai poveri che lo spinsero a rimanere in Romania e lasciar cadere la possibilità offertagli di ritornare in patria. Scrisse al p. Generale:
Durante la settimana visito i poveri a domicilio (circa ottanta famiglie) con sussidi alimentari e pecuniari. Anche alla casa canonica affluiscono bisognosi di varie razze. Religioni e nazionalità. S. Antonio, con l’opera del pane dei poveri provvede a tutti. Il martedì della settimana alle 6 fino alle 21 pomeridiane è un continuo passaggio di persone nella Chiesa dove S. Antonio riscuote la più amorevole devozione… e lasciano offerte pecuniarie spesso modeste, e non raro rilevanti. Va tutto in beneficenza. Deo gratias che si è degnato di farmi ministro di carità per i prediletti di Gesù.
Sono contento di compiere la volontà di Dio. In seguito dovrò forse uscire in civile. Un pastrano nero ed un berrettone popolano mi maschera in modo buffo. Non è nulla purché Dio ne abbia lode ed i poveri siano evangelizzati e satollati .
Il mio apostolato tra i poveri e le visite a domicilio per confortarli e soccorrerli in ogni modo possibile, (vesti, medicine, farina, zucchero e affitti) continua… e S. Antonio me ne appresta i mezzi, con i suoi devoti, d’ogni razza e religione. Senza S. Antonio non avrei neppure da vivere parcamente
