Alberto Castaldini, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura

 

Saluto introduttivo all’incontro “Italiani in Romania, Romeni in Italia: promozione della persona e integrazione sociale” organizzato dall’Opera Don Orione di Romania con la Fondazione MigrantesCei Conferenza Episcopale Italiana (Bucarest, Istituto Italiano di Cultura, 20 maggio 2009).

 

 

Sono lieto ospitare presso l’Istituto Italiano di Cultura di Bucarest, che dirigo ormai da due anni e mezzo, questo incontro che, grazie a don Graziano Colombo, l’infaticabile Rettore degli Italiani, è stato favorito non solo a Bucarest ma anche a Cluj e a Iasi.

Il tema all’ordine del giorno è non solo di grande rilevanza, di forte attualità, di stringente interesse. Diciamolo pure: negli ultimi tempi è stato ed è tuttora oggetto di discussioni, dibattiti, di un confronto dialettico che quando non annega nelle sterili polemiche sa alimentare la ricerca di verità, favorendo una autentica riflessione culturale che non fa sconti ai problemi sul tappeto. Anche da ciò la scelta di questa sede, e di quella altrettanto prestigiosa delle università di Cluj e Iasi, atenei di solida tradizione in Romania.

Del resto a questo Istituto, istituzione culturale italiana in terra romena, sta a cuore una visione ben precisa della cultura, autenticamente educativa, formativa, attenta – anche in quei momenti di svago come il cinema, il teatro, la musica – ad uno sviluppo armonico della persona, dove accanto alla riflessione si colloca una serena distrazione così necessaria di questi tempi. Inoltre, l’Istituto, come ogni altro centro culturale, non può ignorare il valore delle relazione sociali ed umane: la cultura, se vuole essere al servizio di un autentico sviluppo, deve favorire una rete feconda di scambi, di conoscenze, di incontri. Nell’enciclica del 1987 Sollicitudo Rei Socialis Giovanni Paolo II scriveva infatti che “il vero sviluppo deve fondarsi sull'amore di Dio e del prossimo, e contribuire a favorire i rapporti tra individui e società”.

Senza dubbio siamo consapevoli che anche il fattore socio-economico, oltre a quello culturale, è indispensabile ad un progresso civile, dove però promozione umana e integrazione sociale siano costanti rispettate. Vent’anni prima di Giovanni Paolo II, così osservava Paolo VI nella Populorum Progressio (1967): “Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo. Siffatta crescita personale e comunitaria verrebbe compromessa ove si deteriorasse la vera scala dei valori…..Ma l'acquisizione dei beni temporali può condurre alla cupidigia, al desiderio di avere sempre di più e alla tentazione di accrescere la propria potenza. L'avarizia delle persone, delle famiglie e delle nazioni può contagiare i meno abbienti come i più ricchi, e suscitare negli uni e negli altri un materialismo soffocante.”

Questo fenomeno – si badi bene – non è solo delle nazioni più ricche ed economicamente influenti. Un liberalismo sfrenato conduce ovunque ad una società dove gli obblighi sociali  non hanno  priorità, dove la logica del profitto è dominante, dove si instaura una sorta di “assolutismo dei diritti” – escludente i doveri – che trasforma ciascun uomo in un creatura hobbesiana, homo homini lupus,  e la vita sociale in una  "guerra quotidiana di tutti contro tutti", dove non esistono né il  torto né la ragione, né progettualità, ma solo la rivendicazione egoistica di ciascuno su ogni cosa. Un’autentica promozione della persona va certamente nella direzione opposta, una vera integrazione sociale e culturale ha ben diverse premesse. Credo che l’azione di Migrantes, della Caritas e una solida promozione e cooperazione culturale abbiano proprio a cuore queste precise premesse, fondate sulla verità, la capacità di relazione e la speranza.