L’arresto e il processo.
Un sacerdote della Transilvania venne fermato vicino a Brazov, nelle sue tasche fu trovata un’ingente somma di denaro. Sottoposto a tortura dovette confessare l’origine dei soldi: li aveva ricevuti dal p. Clemente, cappellano della chiesa degli italiani in Bucarest.
La notte dell’8 marzo 1951, la Securitatea perquisì la chiesa latina di SS. Salvatore in Bucarest, p. Clemente venne arrestato. D’allora si persero le sue tracce, fu possibile rivederlo soltanto nel processo inscenato in un teatro della città dall’11 al 17 settembre del 1951. Il titolo del processo era:
Processo a un gruppo di spie, traditori e cospiratori al servizio del Vaticano e del Centro Italiano di Spionaggio.
Pochi giorni dopo l’arresto di p. Clemente veniva arrestato pure l’addetto culturale della Legazione italiana: il signor Eraldo Pintori. Al processo il governo della RPR presentò 9 imputati:
Augustin Pacha, vescovo romano cattolico di Timisoara e Banat;
Clemente Gatti, parroco della chiesa italiana in Bucarest;
Eraldo Pintori, membro dell’Ambasciata italiana in Bucarest;
Iosif Schubert, canonico della cattedrale di Bucarest, vescovo romano cattolico clandestino;
Adalbert Boros, direttore del seminario cattolico di Timisoara, vescovo romano cattolico clandestino;
Iosif Waltner, prelato papale, direttore della diocesi romano cattolica di Timisoara;
Ion Heber, sacerdote romano cattolico, segretario della diocesi romano cattolica di Timisoara;
Lazar Stefanescu, ispettore generale delle scuole;
Gheorghe Sandulescu, pure ispettore generale delle scuole;
Petre Topa, un dottore di Bucarest.
Il processo è considerato, dal lato giuridico “processo farsa”: gli imputati non ebbero nessuna libertà di esprimersi, anzi, furono sottoposti a sevizie psicologiche e fisiche, nessuna possibilità di scegliersi un avvocato, quelli scelti non erano liberi di parlare.
La sentenza fu per p. Clemente Gatti ofm:
L’imputato Clemente Gatti, cittadino italiano, era stato trovato colpevole, per le sue personali confessioni, del delitto di spionaggio, in quanto fin dal suo reclutamento da parte dello Scammacca e di Puri Purini fino al suo arresto, egli aveva liberamente accettato e trasmesso sia personalmente o attraverso agenti informazioni, riporti, note segrete e lettere al Vaticano. L’imputato Gatti era stato anche trovato colpevole di complicità al delitto di cospirazione contro lo Stato.
Clemente GATTI: A quindici anni di segregazione cellulare, e alla perdita dei diritti civili per dieci anni .
Dopo il processo, cadde sulla sorte di p. Gatti, il sipario del silenzio più assoluto.
Gli sforzi dell’ambasciata italiana si concentrarono nell’ottenere la liberazione di Eraldo Pintori e p. Clemente Gatti ofm. Le autorità della RPR evitarono di prendere decisioni, furono sempre dissuasivi.
Sulla sorte subita poi dei detenuti abbiamo soltanto le Memorie scritte del signor Eraldo Pintori, pubblicati dalla casa editrice “La Salette” nel 1992 che ci fanno capire le sofferenze subite.
L’intera condanna a
tutti gli imputati recita così: A
mezzogiorno del 17 settembre, la Corte militare di Bucarest pronunciò il
suo verdetto sul processo di un gruppo di spie, traditori, cospiratori
al servizio dell’imperialismo angloamericano e del Vaticano. Avendo
discusso e deliberato in camera la Corte Militare di Bucarest con
decisione unanime sentenziò: Eraldo PINTORI: Ai lavori forzati a vita e
la perdita dei diritti civili. La multa di 40 mila Lei e il pagamento di
14,144,565 Lei come risarcimento per i danni procurati allo Stato.
Adalbert BOROS: Ai lavori forzati a vita e la perdita dei diritti civili.
Gheorghe SANDULESCU: Ai lavori forzati a vita e la perdita dei diritti
civili. Lazar STEFANESCU: Ai lavori forzati a vita, perdita dei diritti
civili e la multa di trenta mila Lei, e la rifusione, unitamente a
Pintori, per i danni recati allo Stato. Iosif SCHUBERT: Segregazione
cellulare a vita e perdita dei diritti civili. Augustin PACHA: Diciotto
anni di segregazione cellulare e perdita dei diritti civili per dieci
anni. Multa di 880'000 Lei, e a sborsare 306'000 Lei, come risarcimento
danni allo Stato. Clemente GATTI: A quindici anni di segregazione
cellulare, e alla perdita dei diritti civili per dieci anni. Iosif
WALTNER: A quindici anni di lavori forzati e alla perdita dei diritti
civili per dieci anni. Ioan HEBER: A dieci anni di lavori forzati, alla
perdita dei diritti civili per dieci anni, 20'000 Lei di multa, e
306'000 Lei assieme con Augustin Pacha, in riparazione danni dello Stato.
Petre TOPA: A dieci anni di segregazione cellulare, e alla perdita dei
diritti civili per dieci anni. Le proprietà di tutti gli imputati sono
confiscate e ognuno di loro deve pagare 50'000 Lei per le spese di Corte.
Un comunicato della Legazione d’Italia all’Ambasciata d’Italia
presso la Santa Sede, comunica la sorte di Mons. Augustin Pacha: “L’Arcivescovo
di Timisoara, Pacha, già occupato come forzato nei lavori del Canale
Danubio-Mar Nero, è deceduto nell’autunno del 1951 in seguito a un
mortale infortunio” (Archivio Storico Diplomatico Ministero Affari
Esteri, Direzione Generale Affari Politici, Roma, Busta 1213, foglio
Religione, Telespresso 3059 C,
28 febbraio 1952).
La liberazione, la morte e il funerale.
Il 14 aprile 1952 il governo della RPR, cedendo alle pressioni del governo italiano, liberò p. Clemente ormai molto ammalato, prostrato dai maltrattamenti ricevuti in carcere; arrivò a Vienna già in fin di vita.
I testimoni che lo hanno accudito appena liberato parlano della paura che aveva l’ammalato. La lingua era gonfia e in una gamba apparivano i segni di una frattura non curata.
Il 7 maggio arrivò un telegramma alla curia francescana della Provincia di Venezia comunicando la liberazione di p. Clemente e il suo ricovero in una clinica di Vienna; al giorno seguente, il p. Provinciale e il Vice provinciale (denominato Custode) partirono subito per Vienna. Non poca fatica dovettero fare il p. Provinciale di Vienna, il p. Provinciale e il Custode di Venezia per farsi riconoscere come religiosi francescani e non come impostori, come lui pensava in un primo momento. Fu il p. Custode, suo allievo d’un tempo, a fare l’intervento decisivo per eliminare i dubbi: si rivolse al p. Clemente parlando in latino, raccontando fatti dei tempi quando p. Clemente era suo insegnante, riportando nomi e fatti dei suoi compagni e dei collegi nell’insegnamento. P. Clemente rimase in silenzio fissando bene lo sguardo su quel religioso, poi scoppiò in pianto, solo allora aveva capito che era stato veramente liberato.
Come prima cosa p. Clemente chiese di confessarsi, ciò che fece in lingua latina con il Provinciale di Vienna; poi chiese ai suoi due confratelli: «Vi prego, per favore, portatemi subito in Italia».
Il 15 maggio 1952, p. Clemente poté partire da Vienna in un vagone della Croce Rossa, accompagnato dai suoi superiori, da un medico e un’infermiera della clinica. Arrivò a Padova e poi a Saccolongo la sera dello stesso giorno.
Nell’infermeria provinciale fu accolto e assistito dai religiosi della sua Provincia madre. Il medico che lo visitò capì subito che non c’era niente da fare. Non riusciva a parlare, comunicava con segni, a fatica ripeteva una parola che indirizzava al religioso infermiere che lo curava, fr. Marino Quaggia ofm: «grazie».
La mattina del 6 giugno 1952 si spegneva serenamente a 72 anni di vita, considerato da tutti un martire della fede.
Il governo italiano gli attribuì i funerali di Stato il 10 giugno.
Attualmente i suoi resti mortali riposano nella chiesa del convento di S. Pancrazio di Barbarano (VI).
